sabato, 02 febbraio 2008
Passo da una busta all'altra, quella delle bottiglie vuote di soluzione, a quella dei farmaci oramai scaduti, a quella delle siringhe e dei cateteri. Sono passati tre anni da quando ho raggruppato tutte queste cose, più scarpe ed altri oggetti che gli erano utili nella sua degenza a letto, sul soppalco, nel bagno. Non so se è il tempo giusto per sbarazzarmi di tutto ciò. Mentre dividevo le cose (al tempo misi tutto insieme in qualche busta e lo tolsi semplicemente dalla mia vista) mi sono trovata davanti i tubicini delle flebo, i cerotti per tenere l'ago fermo, le siringhe per l'insulina e di botto il ricordo della consistenza della carne che viene perforata, come l'ho percepita la prima volta che ho iniettato la dose di insulina nel braccio oramai inerte di mio nonno mi è tornato alla mente. Ma almeno era giorno, e le finestre erano aperte, e la luce era accesa. Spesso mi ritorna in mente com'era di notte, com'era l'ultima notte, la luce accesa dell'abat-jour con un piccolo asciugamano azzurro sopra, per lasciare un po' di luce senza che fosse troppo forte. Ricordo la scala di metallo sporca di schizzi di vernice bianca aperta accanto al letto a sostenere la flebo, che l'istituto di cure palliative non aveva sostegni disponibili,  ricordo la macchia  sul muro dove quando era ancora cosciente  era solito poggiare la testa,  ricordo il letto sfatto, lui sdraiato al contrario, che poco prima di perdere coscienza definitivamente si era alzato e vagava, seminudo, a malapena la forza di muoversi, e ricordo che volle mettersi in quella posizione. Ricordo il rantolo proveniente dalla gola, ricordo le parole dette a qualcuno che non sai se ti possa sentire, ricordo la lacrima che scese quando gli dissi che suo nipote era appena nato, meno di 24 ore prima che lui stesso se ne andasse. Ricordo la febbre, ricordo i battiti accelerati e niente da fare, ricordo le corse dei miei amici di allora per prendere la medicina, ricordo la buonanotte che gli diedi quando alle 4 del mattino non ero più in grado di stare in piedi e ricordo Filippo svegliarmi un'ora dopo dicendomi che non stava piu' respirando, ricordo il dolore agli occhi che quelle lacrime hanno causato uscendo, ricordo quel pianto con la stessa sensazione di quando si vomita, ricordo il portacenere arancione cadermi dalle mani mentre fumavo. Ricordo il ricordo di queste immagini che non mi ha lasciato dormire per giorni, e ricordo il rimorso per non essere stata là mentre moriva. Se ne è andato da solo, in un letto sfatto, con la parete macchiata e la luce dell'abat-jour filtrata da un asciugamano azzurro. E io dormivo. Vorrei avere la certezza che l'abbia fatto apposta per non farmi assistere, ma la certezza non me la puo' dare nessuno, e non so come farmi passare questo dannato senso di colpa di averlo lasciato morire da solo.
postato da: diablera alle ore 13:13 | Permalink | commenti (4)
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