martedì, 18 luglio 2006
Me ne torno al Nord per una decina di giorni.

Temo a stendere i maglioni ché i miei vicini potrebbero pensare che ho perso le rotelle per il caldo.
postato da: diablera alle ore 14:30 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 15 luglio 2006
Premesso che non sto scrivendo non perché sia morta di fame, in questi giorni sono tutta presa dal mettere in atto le misure per cercarmi un altro lavoro e per trasferirmi all'estero.
Posto che la cosa mi procura reazioni ansiose mai avute prima (sarà il bibbitone di caffè?) in quanto se si ha la fortuna di trovare un annuncio in inglese questo riguarda ingegneri e programmatori, e che io di ingegneria non so nulla e di programmazione... beh dico solo due parole: Cobol e Pascal, capirete, cari due gatti (i miei lettori), che la cosa è abbastanza complicata.
Mettiamoci anche che come pochi fortunati ho trovato un bon posto (cit.) - ma solo perchè a tempo indeterminato, vedi post più sotto - e che una volta lasciato le probabilità di trovare le stesse condizioni sono pari a quelle che mi vedono svegliarmi domattina con le branchie, capirete lo stato di disperazione nera in cui verso in questi giorni.
Non che non rida più o che vada al lavoro con una faccia lunga che mi arriva ai piedi, ma di certo l'entusiasmo di fare, dire, uscire viene leggermente a mancare.
Quando ho iniziato l'università scegliendo la facoltà di Scienze Biologiche sono venuta a conoscenza della situazione disastrosa in cui versa la ricerca italiana, ricevendo circa l'1% del PIL italiano, e che i poveri ragazzotti neolaureati sono costretti a lasciare il Bel Paese per non morire di fame.
Io, da brava ottimista boriosa, spocchiosa e con molta fiducia nelle mie possibilità mi sono sempre detta che MAI sarebbe successo di voler lasciare l'Italia, la pasta, la pizza e 'o sole.
Adesso le cose stanno un po' diversamente. Diversi percorsi mi hanno portato a voler cambiare aria, vuoi l'amore (per una persona e per dei luoghi), vuoi il fatto che la vita sociale della sottoscritta è ridotta all'osso, diciamo che le perdite possono essere contenute.
Ed ecco che mi figuro nello status di immigrata in terra nordica.
Gli unici metri di paragone che mi vengono in mente sono immigrati rumeni, immigrati pakistani, immigrati bengalesi, nonostante le ragioni che mi spingano a farmi una vita oltre confine non siano motivi di contingenza.
Però... però... la cosa che mi spaventa di più è il fatto di non poter poter parlare come so fare. Usare le sfumature che ben conosco per esprimere sottigliezze nei concetti che espongo, essere fraintesa perchè il linguaggio non verbale cambia da città a città, figuriamoci da paese a paese... questa è la cosa che mi fa tremare i polsi Ma forse la penso così perchè non sono ancora immersa nella cultura straniera bersaglio, e sottovaluto le mie capacità di adattamento e apprendimento.
Oppure la storia dei sei mesi di buio e dei sei mesi di luce, che poi sono più che altro gli altri a temerlo, a me il dubbio l'hanno fatto venire loro. Oppure il clima che non è propriamente quello sud europeo.
Vita sociale. Come ho già detto non è che qua ne faccia molta, per pigrizia, per scarsa attitudine a consolidare rapporti superficiali, quello che volete. Immaginiamo come sarebbe non parlando la propria lingua.
Ricapitolando i dubbi riguardano: lavoro, clima, lingua, vita sociale. In pratica ce n'è per tutti i gusti.
Però...
però il senso di tranquillità e di calma che mi pervade nel profondo quando poggio piede in terra nordica, qua non so proprio cosa sia.
Sarà la poca densità di popolazione che mi solleva dalla claustrofobia di essere circondata da esseri umani sopra, sotto, a destra e a sinistra delle mura di casa mia, sarà che d'estate torni a casa dal lavoro ma hai ancora tutta una giornata di luce da impiegare, sarà che non c'è fretta, che d'inverno c'è la neve, che la gente si ferma per farti attraversare, che nessuno suona il clacson/fischia/urla per chiamarti alla finestra, che le case sono tanto calde d'invero e d'estate non finisci disidratata, che là è tutto così fresco, che gli abitanti, nelle loro stravaganze e nei loro difetti sembrano più buffi che malati e stronzi, che se vuoi fare qualcosa di carino vai nella casa fuori (fuori sta per pochi km da casa propria) e peschi o ti fai un giro in barca, o una camminata nei boschi, che i tramonti ti sorprendono per la loro maestosità, che d'inverno se è molto freddo e il cielo è terso la tua notte è benedetta dall'aurora boreale, la sensazione di intimità che si ha nel mangiare una fetta di pane imburrato e marmellata davanti alla televisione, consacrata dall'odore del legno che ti circonda... e poi ovviamente l'orgoglio di avercela fatta a districarmi dalle fitte radici di una cultura che quasi ti impone di stare avvinghiata a mammà e papà e alla famigghia finchè morte non ci separi.
Continua...

postato da: diablera alle ore 14:29 | Permalink | commenti (1)
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